Arabia Saudita una abortita primavera araba

Eritrea: Fonti di persecuzione: Il principale motore della persecuzione in Eritrea si chiama paranoia dittatoriale (sebbene il governo abbia una matrice marxista, questo termine è più appropriato di oppressione comunista). La popolazione cristiana dell’Eritrea è approssimativamente stimata intorno al 50%, così come il rimanente 50% è attribuito alla presenza musulmana. L’Eritrea ha tre forme di cristianesimo: 1) chiese storiche registrate, 2) credenti delle denominazioni storiche cristiane che hanno abbracciato un altro tipo di fede cristiana, 3) cristiani indipendenti. In questo documento i ‘cristiani indipendenti’ sono protestanti non tradizionali. Non sono stati evidenziati casi relativi a cristiani ex musulmani in Eritrea nel periodo in questione. Le comunità di cristiani appartenenti alle ultime due categorie spesso funzionano come chiese clandestine. L’Eritrea condivide un lungo confine con l’Etiopia, suo nemico storico col quale ha spesso avuto confronti violenti. Questa è una delle ragioni per le quali il governo considera i gruppi non sottoposto a stretto controllo come potenzialmente pericolosi per il regime. I cristiani delle chiese registrate possono essere controllati fino a un certo punto, i cristiani delle comunità clandestine, invece, non lo sono. Un ufficiale del governo una volta ha dichiarato pubblicamente che l’Eritrea ha tre nemici da combattere: (1) HIV/ Aids, (2) il regime in Etiopia e (3) i cristiani indipendenti. Questa è la ragione della pesante ostilità che affrontano i convertiti dalla chiesa cristiana storica e i cristiani indipendenti.

La situazione in Eritrea è complessa: Sebbene la paranoia dittatoriale sia la principale dinamica di persecuzione, ci sono anche tracce di arroganza ecclesiastica, per la quale la stessa chiesa storica (Chiesa Ortodossa Eritrea) sia una fonte di persecuzione (si stima rappresenti il 24% della popolazione). Qualcuno potrebbe opinare che la Chiesa Ortodossa Eritrea non sia un vero agente di persecuzione, ma che lo faccia per proteggere le proprie delicate relazioni col governo o per timore. Tuttavia gli esperti di Porte Aperte sul campo riferiscono che una parte della Chiesa Ortodossa Eritrea è coinvolta nelle ostilità contro i cristiani indipendenti. In Eritrea si riscontra anche un serio potenziale per l’estremismo islamico. Secondo un esperto di Porte Aperte anche per l’Eritrea esisterebbe "un forte programma di islamizzazione". Sono favorite le chiese che esistevano nel 1952, che comprendono la Chiesa Ortodossa Eritrea, la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Evangelica Luterana. La Chiesa Ortodossa è la più grande del paese, in gran parte allineata al governo e alla sue politiche. Si dice che i suoi membri funzionino da spie sulle attività dei cristiani ex ortodossi e dei cristiani indipendenti. Tuttavia anche loro possono incorrere nelle ire del governo se le loro attività lo infastidiscono. Quindi sono più vicini al governo, ma non completamente liberi. Le ‘chiese clandestine’ spesso si riuniscono in case private. Il che rende il governo molto sospettoso di ciò che può accadere nelle case dei cristiani. Temono che vi siano forze esterne dietro le riunioni dei cristiani, con l’intento di destabilizzare il governo. Ciò ha comportato una seria compressione della sfera privata dei cristiani ex ortodossi e dei cristiani indipendenti. La generale pressione sulla vita dei cristiani è elevata, fino a diventare molto elevata sulla vita della Chiesa a livello nazionale. Questi gruppi semplicemente non dovrebbero esistere, secondo il governo.

La minaccia di persecuzioni è spesso esplicita: Ne sono un esempio il tipo di sorveglianza alla quale sono sottoposti i cristiani, coloro i quali siano sospettati di appartenere a ‘chiese clandestine’. Secondo un nostro esperto sul campo: "Il governo si accerta di quali potrebbero essere le case dove si tengono le riunioni, e queste case sono tenute sotto sorveglianza". Nei posti di lavoro le persone sospettate di essere ‘cristiani clandestini’ vengono sorvegliate nei loro movimenti e nelle loro attività. Tuttavia le minacce si esplicano anche in piccoli gesti, lo stesso esperto ci riferisce che: "I cristiani delle chiese clandestine non ottengono facilmente i visti per uscire dal paese. Quando si recano all’ufficio immigrazione, viene chiesto loro di compilare un formulario indicando l’affiliazione religiosa; se si fa menzione di una chiesa clandestina si corre il rischio di un arresto immediato, oltre che la negazione del visto". Una volta arrestati, la situazione è davvero grave. "I prigionieri religiosi non ricorrono in appello in tribunale, perché non sono mai ufficialmente accusati e non hanno il permesso di essere rappresentati da un legale. Nel momento stesso in cui si viene portati in tribunale si è confermati colpevoli, poiché l’essere membro della chiesa clandestina o partecipare ai suoi incontri rappresenta già un reato".

Container metallici e campi di lavoro: Le orribili storie di cristiani rinchiusi in container metallici in campi militari e talvolta in luoghi nascosti non accessibili alla gente comune tranne che ai militari, sono fin troppo note. Rimane sconosciuto il numero esatto dei cristiani detenuto in questi campi. La WWList 2012 riferiva di 1,500 cristiani. Gli esperti di Porte Aperte affermano: "Gli arresti dei cristiani hanno proseguito in differenti luoghi, tutte le volte che il governo riteneva illegali tali incontri. Si ritiene che il numero delle persone rilasciate sia uguale al numero delle persone periodicamente arrestate". Rimane tuttavia difficile confermare queste cifre con precisione, perché i prigionieri religiosi in Eritrea non vengono detenuti in luoghi resi noti. Il che rende difficile conoscere anche il numero di cristiani deceduti in detenzione (anche perché vengono rilasciati poco prima di morire affinché non si possa direttamente incolpare il governo della loro morte). Sono accertati 31 casi di cristiani deceduti in prigione in Eritrea nel 2012.

Cristiani e musulmani: I cristiani sono la maggioranza nella regione degli altopiani centrali e meridionali, mentre i musulmani sono la maggioranza nelle zone costiere orientali e occidentali vicino al confine col Sudan. Le ostilità contro i cristiani si verificano in tutto il paese. Anche nelle aree a maggioranza musulmana, le ostilità sono sempre perpetrate dal governo e non dai musulmani. Sebbene l’islam sia fra le religioni riconosciute sin dal 1952, anche alcuni musulmani sono soggetti a ostilità da parte del governo soprattutto i gruppi di tendenze wahabite. Le aree a maggioranza musulmana nelle regioni costiere orientali confinano con zone densamente popolate da musulmani in Etiopia che sperimentano una forte spinta islamista. Le aree a maggioranza musulmana nelle regioni occidentali, confinano col Sudan un paese che ha un forte programma di islamizzazione in corso. Anche l’Eritrea è suscettibile allo sviluppo di un programma islamico radicale? La risposta può trovarsi nella stretta del governo imposta ai cristiani e ai musulmani. Alcuni di loro sono trattati molto duramente, ma molti altri appartenenti a chiese cristiane registrate e all’Islam sono tollerati finché se ne stanno all’interno delle loro mura e non in aperta opposizione al regime. Qui infatti si trova la sottile linea di confine che divide dall’imminente persecuzione in Eritrea. Il governo ha perseguitato e indebolito le chiese che erano inclini a portare il Vangelo alla società eritrea, dando allo stesso tempo libertà di incontrarsi nelle moschee dove vengono indottrinati i giovani nell’islam. I leader spirituali islamici hanno iniziato a insegnare nelle moschee in lingua tigrina (lingua locale). Secondo gli esperti sul campo di Porte Aperte: "Da almeno tre o quattro anni quei leader stanno attivamente indottrinando i giovani in un modo nuovo rispetto a prima. Molti di loro provengono dall’Arabia Saudita ma siccome sono eritrei possono sempre tornare a casa a visitare le famiglie; alcuni hanno mogli e figli nella capitale, Asmara".

Il futuro dei cristiani: Oggi i cristiani eritrei si preoccupano molto di quale sia la posizione dei musulmani in Eritrea verso la chiesa. I musulmani lamentano la preferenza del governo eritreo per la chiesa ortodossa. "Lo chiamano governo cristiano. I musulmani pretendono i loro diritti e chiedono più spazio per loro in posizioni di autorità". "A megafoni spianati si sente di tanto in tanto urlare dalle moschee: ‘Lasciateci difendere l’Islam dall’invasione di altri insegnamenti dispersivi’ non più in arabo come prima, ma in lingua locale". Nel frattempo, non è possibile per i musulmani essere più duri con i cristiani visto l’attuale governo in Eritrea. Tuttavia il potere e l’influenza del presidente Isaias Afewerki è in declino. I militari eritrei hanno iniziato a mettere in discussione la sua autorità per la prima volta. Essendo un dittatore il suo ruolo è individuale e tra l’altro la sua salute non è buona. Se dovesse morire mentre si trova ancora al potere, prevarrà probabilmente il gruppo al suo fianco, senza che il paese viva grossi cambiamenti. Riguardo alla libertà religiosa, gli esperti di Porte Aperte presumono che in quel caso alle chiese sarà permesso di uscire dalla clandestinità in quanto la persecuzione religiosa in Eritrea è nelle mani del presidente. Allo stesso tempo si faranno avanti anche i musulmani. Come abbiamo visto sopra, si stanno preparando.

Egitto: L’estremismo islamico è la causa principale della persecuzione in Egitto. L’Egitto è la pratia di circa 10 milioni di cristiani, ma l’emigrazione di massa è un problema e la persecuzione è in aumento. L’Egitto è passato alle cronache anche per il massacro di Maspero dove nell’Ottobre del 2011 sono stati uccisi 26 Cristiani copti. L’islam è la religione di stato e la popolazione è prevalentemente musulmana. La rivoluzione che ha deposto il presidente Mubarak ha messo insieme cristiani e musulmani, ma il miglioramento di tali relazioni ha avuto vita breve dopo che i musulmani radicali hanno vinto le elezioni parlamentari del 25 novembre 2011. Con il controllo della legislazione nazionale e del potere esecutivo da parte dei Fratelli Musulmani, l’islam ha ripreso visibilità. Il governo non è stato in grado di imporre le necessarie normative e l’ordine sociale a scapito della protezione dei cristiani. Sta crescendo il supporto dato ai Fratelli Musulmani e al Salafismo islamico. Dopo la rivoluzione, "l’estremismo islamico" si è sostituito alla "paranoia del regime" come fattore principale della persecuzione. Non è stata data ancora nessuna risposta politica ai problemi di povertà e di disoccupazione affrontati dalla nazione, in questa maniera le persone cercano rifugio nella religione e sono facilmente influenzabili dalle espressioni radicali dell’islam. Al di là di questo, la Chiesa sta crescendo lentamente. Il futuro dell’Egitto sarà determinato dai politici. Così dunque, uno scenario nel quale la Chiesa venga relegata a una situazione di ritorno sotto la pratica della dhimma (patto tra non musulmani, solitamente persone appertenenti a religioni che hanno un libro sacro come nel caso dei cristiani e degli ebrei, e il governo musulmano della nazione. I dhimmi godono di maggiori diritti rispetto ad altri soggetti non-musulmani, ma comunque di minori diritti legali e sociali rispetto ai??musulmani) è abbastanza probabile alla luce dei recenti sviluppi. L’Egitto occupa il 25° posto nella WWL, nella categoria "Severa Persecuzione". Emirati Arabi Uniti: La maggiore causa della persecuzione negli Emirati Arabi Uniti è rappresentata dall’"estremismo islamico". Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei paesi maggiormente liberali del Golfo Persico, gli immigrati costituiscono circa l’80% della popolazione. La costituzione contempla la libertà religiosa a patto che non siano violati l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la pubblica morale. La "paranoia dittatoriale" ha un ruolo importante nella persecuzione dei credenti nella nazione. Gli ex musulmani convertiti al cristianesimo soffrono una pesante persecuzione, mentre gli immigrati godono di qualche libertà anche se affrontano alcune restrizioni, soprattutto i lavoratori immigrati che provengono dai paesi in via di sviluppo. Tutti i cittadini sono considerati musulmani e la legge vieta ai musulmani la libertà di cambiare religione, pena la morte. Per fuggire alla morte, alla censura sociale o ad altre pene, i convertiti possono subire pressioni per ritornare all’islam, nascondere la propria fede o andare via in un’altra nazione dove la loro conversione è permessa dalla legge. Ci sono davvero pochi credenti locati tra la popolazione musulmana. L’evangelizzazione è proibita, ma i gruppi di non musulmani possono tenere i loro culti liberamente in appositi edifici loro dedicati o nelle abitazioni private, anche se il governo pone delle restrizioni alla costruzione di edifici di culto per gli immigrati cristiani.Nonostante la Primavera Araba non abbia avuto molti effetti all’interno degli Emirati, gli ultimi avvenimenti avvenuti in Medi Oriente hanno portato i cittadini a porsi delle domande in merito a cosa significhi davvero avere un buon governo. I cristiani nella nazione hanno diverse opportunità di dialogo interreligioso con i musulmani. Gli Emirati Arabi Uniti occupano il 26° posto della WWL, e appartengono alla fascia di paesi con un livello di "Persecuzione Moderata".


Arabia Saudita una abortita primavera araba
 
Una stentata Primavera Araba
L’Arabia Saudita non è stata colpita in modo rilevante dalle sollevazioni arabe. Ci sono stati degli appelli per una riforma politica ed episodi di moderata protesta in diverse città, specialmente nella provincia dell’Est, dove gli sciiti hanno chiesto la liberazione dei prigionieri politici. Il governo ha proibito cortei e proteste, ha aumentato i salari del settore pubblico e ha provveduto alcuni benefici: le autorità religiose hanno ricevuto dei fondi aggiuntivi e sono stati finanziati degli alloggi per i lavoratori a reddito minimo. Sono state anche promesse o attuate alcune riforme di minore entità, modifiche riguardanti per esempio le restrizioni sui diritti delle donne (garantendo loro il diritto di voto alle elezioni municipali del 2015). L’intento di queste misure è quello di prevenire ulteriori manifestazioni. Sul piano internazionale, nel marzo del 2011 le truppe saudite hanno contribuito alla repressione delle dimostrazioni democratiche da parte degli sciiti nel vicino Bahrein. Allo stesso tempo, dietro le quinte, l’Arabia Saudita ha giocato in varie occasioni un ruolo decisivo nelle rivolte, ad esempio offrendo rifugio ai leader della Tunisia e dello Yemen, e sostenendo finanziariamente i partiti islamici presenti nella regione.

La successione del monarca
Il paese è una monarchia assoluta alla cui guida si trova la Casa di Saud, che conta all’incirca 7000 membri. Di questi, circa 200 sono politicamente influenti: nominati dal Re Abdullah e destinati a ruoli chiave, generalmente essi mantengono questa posizione per vari anni. La formazione di partiti politici non è permessa. La relazione tra le strutture religiose e la dinastia Saudita non è semplice, ed è caratterizzata da scontri e conflitti d’interessi. I vertici reali stanno invecchiando – il Re Abdullah ha 88 anni – e la successione potrebbe accendere sfide e dibattiti. In un anno sono morti i due principi eredi (settembre 2011 e giugno 2012) e il più liberale, ma sofferente, principe Salman, Ministro della Difesa, è stato nominato successore a 76 anni. Nel 2006 il Re ha fondato l’Allegiance Council, un comitato di 35 principi senior che hanno il compito a lungo termine di scegliere il principe successore. Comunque, finché il Re Abdullah sarà in vita, il comitato di fatto non sarà attivo.

L’Arabia Saudita come custode dell’islam e dei suoi luoghi sacri
Il "regno del deserto" controlla le città sacre islamiche di Mecca e Medina (rispettivamente luoghi della nascita e del riposo del profeta dell’islam) ed è caratterizzato dal wahabismo, ovvero un’interpretazione rigida e purista dell’islam. È vietato praticare apertamente le altre religioni e all’interno dei suoi confini l’Arabia Saudita finanzia grandi opere missionarie attraverso l’organizzazione Muslim World League alla Mecca. Sono stati inviati all’estero diversi missionari e molta letteratura sul proselitismo islamico; inoltre, è stata pagata in petrodollari la costruzione di alcune moschee wahabite e sono state sponsorizzate delle istituzioni accademiche con la clausola che fossero creati dei centri per gli studi islamici. Oltre al Corano, ogni anno viene messa in circolazione anche un certo tipo di letteratura che fomenta l’odio verso i non musulmani.

La repressione sciita
Gli sciiti rappresentano l’8% della popolazione e la maggior parte di loro vive nella ricca zona petrolifera dell’Est. Per lungo tempo, ed ancora oggi, sono stati dipinti come eretici dai governanti sauditi, pertanto vengono ostacolati all’interno del sistema giudiziario e svantaggiati per quanto concerne l’istruzione, il lavoro e le attività religiose. Gli sciiti chiedono maggiore coinvolgimento politico e più tolleranza religiosa. Sotto la monarchia di Re Abdullah la loro situazione sembrava destinata a migliorare, in quanto il Re appariva sinceramente intenzionato a porre fine alle discriminazioni. Tuttavia, a causa delle tensioni settarie all’interno della regione, le speranze degli sciiti di ottenere maggiore tolleranza e pluralismo stanno svanendo.

Lotta e supporto al terrorismo
Dopo gli attacchi dell’11 settembre e la conseguente campagna terroristica di Al-Qaeda nella Penisola Araba, il governo saudita ha avviato la sua lotta al terrorismo a partire dal 2003. Nel corso degli anni passati, diverse cellule del terrorismo sono state individuate e fermate, e allo stesso tempo sono stati arrestati alcuni militanti islamici. Il Regno offre terreno fertile all’estremismo a causa del diffondersi della disoccupazione e del malcontento della nuova generazione, a cui si somma il crescente divario tra ricchi e poveri. Comunque negli ultimi anni non ci sono stati episodi gravi. Sebbene il governo saudita stia combattendo il terrorismo al suo interno – dove potrebbe costituire una minaccia per la famiglia reale – il problema del sovvenzionamento delle attività terroristiche al di fuori del Regno non è stato ancora trattato seriamente e continua a rappresentare la fonte maggiore di fondi per i terroristi sunniti a livello globale.

Un’economia che si affida eccessivamente all’esportazione del petrolio e al lavoro estero
L’Arabia Saudita possiede il 25% delle riserve petrolifere conosciute al mondo: la maggior parte dei guadagni derivanti dall’esportazione e gran parte delle entrate del governo provengono proprio da questo tipo di industria (circa il 90% in tutto). La mancanza di una diversificazione economica, unita a un numero sempre crescente di immigrati stranieri che lavorano nel settore pubblico (90%) ha portato a un aumento della disoccupazione giovanile, al malcontento e a un crescente divario tra ricchi e poveri (almeno il 22% della popolazione, cioè circa tre milioni di persone, sono sotto la soglia della povertà). Il governo ha avviato un’espansione del processo di saudizzazione per creare più posti di lavoro che siano accettabili ai sauditi. Questo processo include quote per i cittadini sauditi e aumenti dei loro salari. Inoltre, le compagnie che aderiscono al sistema di quote possono usufruire di benefici nel richiedere i visti, mentre le compagnie non aderenti incontrano diverse limitazioni – questo rende più difficile l’assunzione dei lavoratori stranieri. L’Arabia Saudita ha resistito abbastanza bene alla recessione globale, in larga misura grazie alle cospicue spese dello stato.


Fonti di persecuzione

Secoli fa, la popolazione dell’Arabia Saudita comprendeva una forte presenza di cristiani e vi erano perfino sinagoghe e chiese attive con il proprio clero. Durante la conquista dell’islam, dal VII al X secolo, ebrei e cristiani furono espulsi o obbligati a convertirsi all’islam. Oggi, professare pubblicamente la fede cristiana in Arabia Saudita è proibito, e ai cittadini è concessa unicamente l’adesione all’islam.

Il PEW Research Forum pone l’Arabia Saudita tra i 18 paesi (9,1%) con un livello "altissimo" di restrizioni governative sulla religione, poiché la sua costituzione è del tutto priva di norme relative alla libertà religiosa. L’Arabia Saudita – che nel Medio Oriente rappresenta uno dei più rilevanti alleati dell’Occidente – si classifica a un livello estremamente alto anche nell’indice del PEW Forum riguardante l’ostilità sociale, il che significa che è tra i 15 paesi (7,6%) in cui i sentimenti anti-religiosi sono più diffusi e forti in ogni strato della società.

Il sistema legale del Regno si basa sulla legge islamica (la sharia). L’apostasia, ovvero la conversione a un’altra religione, è punibile con la morte nel caso in cui l’accusato non accetti di abiurare. Sebbene recentemente non siano giunti report ufficiali riguardanti cittadini sauditi accusati e puniti con la condanna capitale per apostasia, non si può escludere il rischio di uccisioni extra-giuridiche. Teoricamente il governo riconosce ai non musulmani il diritto di professare privatamente la propria fede, tuttavia la polizia religiosa, ovvero i Mattawa, spesso non riconosce loro tale diritto. Non essendoci una legge formalmente codificata, la posizione di chi pratica privatamente la propria fede resta tuttora vaga e soggetta alle varie dichiarazioni mediatiche piuttosto che a una vera norma giuridica.

La libertà di aggregazione è ulteriormente limitata dalla rigida separazione dei generi, ovvero il divieto per donne e uomini provenienti da diverse famiglie di riunirsi. Coloro che praticano un culto "misto" rischiano l’arresto, il carcere, la fustigazione, la deportazione e a volte persino la tortura. Evangelizzare i musulmani e distribuire letteratura non musulmana (ad esempio Bibbie o altri libri cristiani) è illegale. I cristiani provenienti da un background musulmano corrono il rischio che i familiari eseguano degli "omicidi d’onore" o che la comunità scopra la loro fede, pertanto spesso sono costretti a lasciare il proprio paese.

La maggior parte dei cristiani che vivono in Arabia Saudita sono emigrati che vivono e lavorano temporaneamente in questo paese e provengono principalmente dalle Filippine o dall’India, ma anche dall’Africa e in misura minore dall’Occidente. I lavoratori asiatici e africani, oltre ad essere sfruttati e sottopagati, sono esposti anche a violenze verbali e fisiche a causa della loro fede cristiana. Nonostante la schiavitù sia stata dichiarata illegale nel 1962, i datori di lavoro e gli "sponsor" sauditi godono di un potere terribile nei confronti dei lavoratori stranieri, dimostrando ancora la vecchia mentalità del "possedere i lavoratori". Le collaboratrici domestiche straniere vengono perfino minacciate di stupro se non si convertono all’islam. Nonostante tutto, giungono sempre nuove notizie di conversioni di questi lavoratori stranieri al cristianesimo. Spesso, i lavoratori migranti arrivano dal loro paese con un background cattolico, musulmano o induista, ma durante il loro soggiorno nella Penisola Araba maturano la ferma decisione di seguire Gesù. Il risultato è che il numero delle comunità di credenti immigrati è in aumento. Nel dicembre 2011 un gruppo di 35 cristiani etiopi sono stati arrestati dopo un’irruzione durante il loro incontro di preghiera a Jeddah. L’accusa verteva sulla "mescolanza di generi fuori dalla famiglia" ma secondo i credenti arrestati il vero motivo era la pratica del cristianesimo. In prigione molti di loro sono stati abusati. Sono stati deportati solo nei mesi di luglio e agosto.

Un certo numero di convertiti dall’islam vive la sua fede in totale segretezza; molti di loro hanno risposto ai programmi TV cristiani via satellite o sono diventati credenti dopo esperienze personali. Alcuni ex musulmani hanno testimoniato di aver avuto una visione divina mentre, con un desiderio sincero di obbedire a Dio, percorrevano l’Hajj – il pellegrinaggio islamico verso la Mecca – e di essersi convinti grazie a questa visione del loro bisogno di Gesù. Anche l’accesso a internet gioca un ruolo importante perché consente alle persone del luogo di entrare in contatto con i materiali cristiani, nonostante l’uso di internet sia in parte controllato e gestito dalle autorità.

Recentemente il piccolo numero di ex musulmani sauditi è cresciuto ed essi tendono a manifestare più apertamente la loro fede, condividendola su internet o sui canali TV cristiani via satellite. Questa tendenza non è stata priva di ripercussioni: nel luglio 2012 i media hanno riportato la storia di una giovane donna saudita che, in base a quanto affermato, si è convertita al cristianesimo dopo che il suo datore di lavoro libanese ha condiviso il Vangelo con lei. Con l’aiuto di questo datore di lavoro e di un altro collega, la giovane sarebbe poi fuggita all’estero. La sua famiglia ha accusato il datore di lavoro e secondo la Saudi Gazette, il principale quotidiano locale, l’uomo è stato arrestato e affronterà un processo a settembre. Report più recenti, alcuni dei quali provenienti dalla famiglia stessa, suggerivano l’idea che la ragazza fosse ancora musulmana e che fosse stata in realtà "vittima di un’organizzazione internazionale di traffico di persone". I media sauditi si sono anche affrettati a insinuare che la giovane soffrisse di alcuni disturbi psichici. Tutte queste reazioni riflettono chiaramente la "vergogna" che una conversione al cristianesimo costituisce nel Regno Wahabita. Sembra che il governo saudita stia cooperando con l’Interpol e le autorità locali in Occidente per far rimpatriare la giovane. In agosto è giunta notizia che le autorità saudite hanno iniziato a bloccare diversi siti web cristiani: si suppone che si tratti di una reazione a questa vicenda.

Inoltre, la storia della "Khobar girl" è stata erroneamente confusa da molti media con la vicenda della ex musulmana saudita "Maryam" la cui intervista, riportata dal canale TV satellitare cristiano, è stata rapidamente diffusa su Youtube a inizio agosto. Velata per ragioni di sicurezza, la donna spiegava come fosse stata da sempre indotta all’odio verso ebrei e cristiani. Stanca delle preghiere e dei digiuni obbligatori dell’islam, si era convertita a seguito di un sogno e nel video testimoniava della pace trovata in Cristo.

È difficile prevedere gli sviluppi della situazione dei cristiani in Arabia Saudita. Poiché la situazione politica ed economica del paese non sembra andare verso il cambiamento nell’immediato futuro, non si aspettano miglioramenti nella posizione dei cristiani. Comunque, il numero di conversioni dall’islam sta crescendo, insieme alla franchezza con cui i credenti condividono la loro nuova fede. Questo potrebbe portare presto a un intensificarsi della persecuzione e dell’oppressione contro i cristiani in Arabia Saudita.